End of life: quanto il dialogo può cambiare l’esito della cura

fine vita parlare
25/07/2019
Riuscire a parlare di terminalità della malattia aumenta l’accettazione della fase finale della vita e facilita l’espressione delle preferenze da parte dei pazienti e dei familiari.
Nonostante ciò tutto questo non sia scontato.

Affrontare una conversazione sul fine vita è emotivamente difficile per il paziente, i suoi familiari e anche per gli operatori che lo assistono. E’ comunque certo che una chiara spiegazione da parte dei professionisti svolge un ruolo positivo nella promozione di un approccio palliativo.
Per approccio palliativo s’intendono tutte quelle cure adeguate alla fase terminale di una malattia (controllo del dolore, controllo dei parametri vitali, cure relazionali e psicologiche, etc.) egualmente a sostegno della vita e della sua qualità, anche se meno intensive di quelle tradizionali.

Questo è quanto emerge da una review e meta analisi pubblicata su JAMDA nel 2018 dedicata al setting delle RSA.
Gli autori si sono chiesti: “Che impatto ha l’affrontare verbalmente il tema del fine vita con il paziente e i suoi familiari sulla decisione di limitare o sospendere trattamenti aggressivi di cura?”

Sono stati selezionati 16 studi qualitativi e 7 quantitativi, secondo una serie di criteri prestabiliti tra cui le caratteristiche dello studio (autore, paese, anno, design e strumenti), la definizione dei termini dei trattamenti palliativi per il sostegno alla vita e la conversazione sul tema del fine vita, nonché la durata della conversazione, l’età e il livello cognitivo dei soggetti coinvolti.

E’ emerso che il dialogo su questi temi, volto a esplorare le preferenze e le volontà del paziente e dei familiari, dovrebbe diventare la normale routine. E che le RSA dovrebbero offrire ai propri professionisti della salute una formazione regolare dedicata alle relazioni, all’ascolto attivo, all’importanza di coinvolgere i residenti e le loro famiglie nei processi decisionali di cura e assistenza.

In particolare, in uno degli studi esaminati risulta che il coinvolgimento della famiglia ha aumentato di due volte la probabilità di limitare o impedire trattamenti aggressivi o di accanimento, migliorando la qualità della vita del paziente stesso.
Ovviamente, come dichiarato dagli stessi autori, lo studio ha dei limiti. Alcuni lavori risultavano incompleti su taluni aspetti, come ad esempio la durata delle conversazioni o sulla definizione stessa di “conversazione”. Non avere un dizionario comune e ben definito può implicare differenze sostanziali nell’interpretazione e nella struttura della “conversazione”. Inoltre, non aver misurato fattori confondenti come la cultura medica degli operatori presenti nelle RSA o anche gli atteggiamenti religiosi, potrebbe aver influito nella decisione del paziente di limitare o sospendere cure più aggressive.

Tuttavia, gli autori ritengono che i risultati rimangono coerenti nonostante le differenze di contesto, degli interventi, o della cultura delle RSA.
Riuscire a parlare di fine vita svolge un ruolo positivo nella promozione dell’approccio palliativo.

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