Non si è mai troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. Epicuro, 271 A.C.

Troppo giovani, troppo vecchi: il pregiudizio sull'età15/09/2017
Troppo giovani, troppo vecchi: il pregiudizio sull'età è il testo, breve ma molto esaustivo, di Angelica Mucchi Faina (editore Laterza) che tratta dell’ageism o ageismo.

Il termine ageism è stato coniato negli anni ’70 da Robert Butler, uno psichiatra gerontologo che vinse anche il premio Pulitzer. Butler aveva notato atteggiamenti ostili e discriminatori verso gli anziani, ed una certa repulsione nei confronti dell’invecchiamento, delle malattie e dell’invalidità, ed in definitiva della morte, ma il termine è stato allargato anche ai bambini, ai più giovani, oltre che agli anziani.

La differenza è però sostanziale: per quanto i giovani si possano sentire più discriminati degli anziani, si tratta per loro di un’esperienza transitoria, destinata a terminare nel momento in cui entreranno a far parte del mondo degli adulti. Per i più anziani invece si tratta di una condanna potenzialmente definitiva, destinata a cessare solo con la morte.

Considerando il contesto in cui sono nati e cresciuti gli anziani residenti nelle strutture, è come se il mondo si fosse ribaltato: un tempo avrebbero rappresentato il fulcro del sapere, ricevendo rispetto e ubbidienza, adesso è il giovane adulto a rappresentare il livello più alto di competenza (pensiamo ad esempio al sapere tecnologico ed informatico), mentre l’anziano diviene obsoleto, un peso ed un costo per la società.

Lo stereotipo ed il pregiudizio nell’ageismo comportano ad esempio la ripartizione classica della categoria degli anziani che fa riferimento a tre principali stereotipi: la nonna, descritta come una donna dedicata agli altri, gentile, serena e affidabile; lo statista senior, uomo intelligente, competitivo aggressivo e intollerante; la vecchia/ il vecchio, individuo di entrambi i sessi rappresentato come sorpassato, debole, inattivo e solitario.

Nella popolazione anziana esiste anche un doppio standard che somma età e genere. Le discriminazioni persistono e si accentuano con l’avanzare dell’età. Allo stereotipo di uomo anziano vengono attribuite qualità maggiori e caratteristiche positive rispetto allo stereotipo di donna anziana, che spesso viene considerata meno competente, meno intelligente, meno equilibrata e meno indipendente. La stessa ruga sul volto di un uomo e sul volto di una donna ha valenze profondamente diverse. Nella donna è spesso indice di inesorabile e patetica decadenza.
 
Personalmente ritengo questo sia un testo necessario per comprendere il fenomeno ed affrontarne le implicazioni, ma soprattutto per una riflessione su ciò che la nostra società vuole diventare.


Recensione a cura di Cristina Banchi - redazione valoreinrsa.it